Binge eating: questo sconosciuto.

Il 15 marzo è stata la giornata dedicata ai disturbi del comportamento alimentare. Ho seguito diversi convegni e letto molti articoli, perchè, insomma, è una cosa che mi tocca da vicino. Ho sentito parlare e letto abbondantemente di anoressia a bulimia. E già qui avrei molto da dire: le anoressiche sono quelle che non mangiano e le bulimiche quelle che vomitano.

Ah, ah, ah, si. Piacere, Stefania, trentadue anni, anoressica nervosa. Mangio il cioccolato. E sono sottopeso. Perchè compenso, non solo col vomito.

Ma poco, pochissimo ho sentito parlare di binge eating disorder. E allora da brava antropologa ho fatto l’unica cosa che potevo fare: rumore nel mondo. Sabato pomeriggio ho preso contatto con F., che soffre di binge eating disorder e le ho chiesto di raccontarmi la tua storia, il suo approccio con questa maledettissima droga legale che è il cibo.

E’ stata una bella telefonata, si è aperta tanto F., malgrado fosse la prima volta che parlassimo. Sin da subito mi ha parlato di un grande dramma che la vede protagonista: dal 2015 lei ha il permesso di vedere due dei suoi tre figli per un’ora e mezzo al mese. I bambini le sono stati tolti in seguito a un divorzio, alla fine di una relazione durata dieci anni. F. non si dimentica di apostrofare che quando conosce quest’uomo e inizia questa relazione, inizia ad ingrassare. “Come se sapessi che alcuni atteggiamenti che facevo passare per normali, normali non erano”.

Ma storia di F. ha origini ben più antiche: da bambina soffre di acetoni, passa anche cinque giorni di fila a vomitare al punto che finisce le elementari in ospedale e in prima media viene bocciata. Parlando con lei, percepisco che già in quel periodo, dentro di lei, si faceva spazio la fame: F. era golosa e in ospedale, con l’acetone non poteva mangiare quello che voleva. La fame cresce. Il controllo paterno anche: F. ha una sorella “alta e magra, normopeso” e il papà decreta quale piatto va a una delle due figlie: quelli più piccoli, che sia a casa o al ristorante, finiscono sotto le posate di F.

A vent’anni, inizia una di quelle sbagliatissime diete fai da te. Di quelle che si trovano online oggi: perdi venti kg in una notte. F. ci casca: elimina le tre p: pane, pasta, pizza. Dimagrisce, arriva al sottopeso e le diagnosticano l’anoressia.

Inizia a prendere psicofarmaci e finisce una relazione con un ex.

Come già detto, lei inizia a ingrassare, “ma non come ora”, quando conosce quello che poi diventerà l’ex marito.

F. mi riferisce che mangiare è come fare la pipì: è un bisogno fisiologico e fino a quando non hai finito non puoi smettere. “Io mangio finchè sto bene, non finchè sono sazia”. Mi racconta che tra dicembre e gennaio, mesi in cui era molto in ansia per i bimbi che le sono stati tolti, mangiava un panettone salato (ventiquattro fette) in un giorno, e che se dopo qualche ora c’era la cena, lei cenava. E un panettone dolce in casa sua durava tra i due e i tre giorni.

F. mi racconta che quando si sveglia si fa un tea e mangia dodici orosaiwa, poi se è casa non fa lo spuntino perchè pranza presto “mi faccio un novanta gr di pasta”. Il peggio arriva al pomeriggio, quando ci sono due brioche alle 14, due alle 16, due alle 18….e insomma, prima di cena un pacchetto è andato.

Si abbuffa all’incirca quattro volte a settimana, ma capitano anche i periodi di tutti i giorni. Ed è così terribile che F., che conosce benissimo la mia condizione, mi confessa di invidiare le anoressiche.

Al che le ho raccontato che spesso io sono soggetta a battutine del tipo “tanto tu non hai bisogno di diete”, “mangia, mangia, tanto tu non ingrassi”. Ovviamente sono tutte battutine provenienti da amici di amici e in contesti in cui non posso rispondere come vorrei. Quindi sono cose che, scusate la forza del termine ma, subisco. Vorrei tanto urlare, rispondere. Ma non sempre si può. E’ come se mi violentassero. Vorrei urlare che poi non mangio per tre giorni oppure che tanto sto andando a vomitare tutto. Sorrido, annuisco. Come è scritto nel manuale della brava anoressica. Allora ho chiesto a F. se le capita qualcosa di simile, al contrario. Insomma, senza troppi giri di parole, ho sentito spesso “eh che a quello gli piace mangiare”. Anche li faccio la parte della brava anoressica e sto zitta. Si. Anche a F. capita di essere violentata da frasi come “dovesti metterti a dieta”.

Parlando, le faccio una domanda difficile: “Tu pensi che la mia fame, che la tua fame, che la nostra fame, sia come quella di tuo figlio, del mio compagno, di mia madre?”. E’ velocissima e lapidaria nella risposta: No. La nostra è fame di emozioni.

F. adesso vorrebbe fare un intervento per ridurre lo stomaco, il binge è ovviamente un deterrente, deve prima affrontare un lungo viaggio psicologico e, intanto, le hanno dato un farmaco per il senso di sazietà.

Ma si possono saziare le emozioni?

F. si fa aiutare. Fa psicoterapia e partecipa a un gruppo di mutuo aiuto, dove si sente molto accolta, con loro va anche in palestra e malgrado sia altalenante in casa ha un tapis rullant. In questo gruppo c’è gente che oggi non è più obesa: ha visto la luce fuori dal tunnel e le emozioni è riuscita veramente a saziarle, in qualche modo per me sconosciuto. Ma F. non credo che tutti siano fatti per guarire. Mi riferisce che la psicologa che ha spiegato che nasciamo con un gene.

Le ho fatto un’altra domanda difficile: come si comporta col figlio.

Cioè, da persona con un dca so perfettamente che non è facile preparare piatti normali. Credo che mia madre ci riempia di cibo perchè ha paura che io faccia morire J. di fame. E ogni sera è una lotta con lui mi aggiunge cibo nel piatto, io che lo tolgo, lui che rimette.

Insomma, io so che se un giorno dovessi avere un figlio, mi farei seguire per le grammature da dargli, che da sola non sarei assolutamente in grado di sfamare un altro essere umano che dipende da me. Spesso ho detto alla sorella J., mamma di una bambina che come me vivrebbe di dolci, che se ci lasciano una settimana da sole è la fine. Ovviamente lo diciamo ridendo. Ma io sono seria: per me potremmo mangiare tre o quattro cioccolatini in un giorno e siamo a posto così.

F. è più brava di me, suo figlio segue una classica dieta mediterranea e lei, come ogni mamma, mi vien da dire, vorrebbe che lui mangiasse meno schifezze.

Mi riferisce che non si è mai abbuffata davanti a lui, ma che è capitato che lui entrasse in cucina dopo cena e la trovasse mangiare.

Insomma, anche se hai un dca i superpoteri ti vengono fuori lo stesso quando diventi mamma.

Io auguro a F. di riuscire ad arrivare a fare l’intervento, le auguro di placare questo senso di noia e solitudine di cui abbiamo tanto parlato. Le auguro di fare pace col suo passato, con gli acetoni, col papà. E soprattutto che la sua famiglia sia riunita.

E ci siamo promesse un aperitivo. Io mi porto dietro J., così che ci accerti che queste emozioni non siano nutrite troppo ma nemmeno troppo poco.

Cos’è un’abbuffata?

Me lo ricordo.

Non mangiavo da giorni. Esco con un’amica per un aperitivo. Mangio tre patatine e un tarallo. Vado in bagno. Vomito. Questa è un’abbuffata soggettiva.

Per me, i pranzi della domenica con primo, secondo, contorno, dolce sono un’abbuffata. Dopo i ricoveri non li vomito più. Oddio, è successo nelle prima domeniche di pranzi di famiglia, ma adesso non capita da innumerevoli domeniche, magari (no, non magari, sempre) non ceno, ma il pranzo della domenica è diventato un occasione per vedere i miei, i gattini, i miei fratelli oppure i miei suoceri, i bambini, le mie cognate. Cerco di non pensare a quello che ho nel piatto e godermi il momento di socialità. La fatica che faccio è disumana, infatti, sono solita la domenica, dopo pranzo, cadere in un lungo sonno. Proprio come se avessi scalato una montagna.

B. mi ha scritto che ha sempre il frigo vuoto perchè ha paura che quel morso in più possa dare il via ad una fame senza freni. Mi racconta di mangiare a piccoli morsi, anche se in questo modo le sembra di mangiare di continuo e di avere dei momenti in cui la fame è accecante. Mi confessa di aver preso cibo dal bidone. Anche se ricoperto di mozziconi di sigarette o detersivi. Di avere una fame costante, anche di notte, ma di non concedersi più di un caffè e un tozzo di pane per paura che possa abbuffarsi.

Ecco, io sono più vicino a B. Le mie cene da sola durano più di un’ora e mezza. Avevo un dietista che mi diceva che con me ad ogni pasto è un pranzo di Natale. Sminuzzare, tagliuzzare, mangiare nel modo più lento possibile così che il cibo duri più tempo possibile. E’ folle e non lo faccio davanti a nessuno. E’ una concessione di quando sono da sola. E’ la malattia che urla.

La restrizione, mi hanno insegnato anni e anni di ricoveri, prima di avvenire nel piatto, è cognitiva: si decide di mangiare due biscotti, poi magari se ne mangiano quattro, ma la restrizione cognitiva è comunque avvenuta, e questo è uno di quei processi, assieme alla denutrizione, alla malnutrizione, a questo corpo massacrato da caffè, pollo e zucca che desidera ardentemente una pizza. Come si può desiderare un cappottino bianco a nido d’ape Chanel. E poi quella pizza la ordini, la mangi. E poi no, sei una stupida non volevi, allora mangiamo quelle merendina all’albicocca, non una, dai due, e mangiamo una tavoletta di cioccolata. Tanto poi ci liberiamo di tutto. Ho passato anche questo, ma anche queste sono abbuffate soggettive. Devo confessare che da quando non ho più cibi fobici, da quando una o due volte a settimana mangio la pasta, da quando, quando ci va, ci ordiamo la pizza, da quando mangio i biscotti a colazione….non vorrei nemmeno dirlo troppo ad alta voce ma io non vomito più. Se una sera anzichè un cioccolatino ne mangio due, ho la voce della mia dietista in testa che mi dice: “e allora? Che differenza fa”.

Non per tutti è così. Stamattina ho parlato con Nicole e le ho posto le stesse domande che le hanno posto gli psichiatri, mi ha detto. La dieta di Nicole è varia, lei ha un compagno e un figlio, con cui vive, indi per cui non cede più all’enorme fascino delle restrizioni come nei primi anni di malattia. Tuttavia alterna periodi con un’abbuffata al giorno a periodi con tre o quattro abbuffate al giorno. Mamma di famiglia, fa una spesa a parte, una segreta, che nasconde. Mangia ad orari programmati, quando è sola e poi vomita. “Tu ti svegli la mattina e sai che alle tre ti abbuffi?”, mi risponde di si. Deve cercare le giuste congiunzioni astrali: che il bambino non sia in casa, che il suo compagno sia in bagno “Solitamente ci mette quarantacinque minuti e io in quel tempo riesco a mangiare e a vomitare”.

“Senti, domandona, puoi mandarmi a quel Paese. Mia cugina, ogni anno, a Natale dice di essersi abbuffata, glielo raccontiamo a queste persone qui cos’è un’abbuffata?” Nicole:” A Natale si mangiano i cibi che si amano, con un certa seguenza logica, non si mischia dolce e salato. Io mangio una scamorza intera col pane, poi pane e nutella, poi pane e pecorino”. Mi racconta, che quando apre una confezione a prescindere se sia da trecento o settecento gr deve finirla. Un’abbuffata è un pacco di biscotti, uno di merendine, uno di gelati, una pizza, una scamorza. “Un’abbuffata non è mangiare tanto, è decidere preventivamente di scegliere un quantitativo di cibo smodato, che non va in un uomo di 150 kg.”

La prima domande che le ho fatto è stata da quanto tempo non si abbuffasse e la sua risposta è stato un giorno. Il suo compagno, che in principio l’accompagnava alle visite, ora pensa che lei stia bene, “non se l’immagina neanche”, indi per cui non fa terapia “anche perchè a cosa mi serve sentire uno psichiatra che mi dice che ho un disturbo? La mia gestione della quotidianità non cambia”.

Le ho parlato dell’effetto super positivo che hanno avuto i farmaci su di me, e anche che la prima terapia non è stata quella giusta, ne ho dovuti trovare diversi di farmaci prima di trovare i “miei” e lei mi risponde che li ha sospesi tutti, prende solo le gocce per dormire, anche se pure quelle stanno perdendo effetto.

Il covid ha peggiorato tutto, le sedute sono diventate online e hanno perso asetticità, così, piano ha deciso di eliminare sedute e farmaci.

Adesso si alza, si fa le sue liste di cose da fare in modo tale che niente resti sporco e che niente resti non stirato, pulisce, prepara pasti, accompagna suo figlio alle feste, e segretamente, senza che nemmeno il suo compagno lo sappia, si abbuffa tre o quattro volte al giorno. Purtroppo quando si sta così male le amicizie non aiutano, perchè la gente si lamenta dell’unghia rotta e la sua vera unica amica vive in Sardegna.

Il suo compagno non le dà le attenzioni che ogni donna al mondo dovrebbe avere, mi riferisce di sentirsi più badante.

Svegliarsi la mattina per aspettare di andare a letto, con almeno un’abbuffata programmata da che si aprono gli occhi.

Una vita apparentemente normale, nemmeno il suo compagno lo sa. Lui pensa che stia bene.

E poi, una Nicole, incontra una me qualsiasi che dopo il pranzo della domenica deve dormire perchè si è abbuffata.

Ah, dimenticavo, Nicole mi ha detto una cosa che posso confermare, seppur con le mie abbuffare soggettive: sapete qual è l’unico piacere di un’abbuffata? Vomitare.

Dopo aver vomitato si è più simpatici, più rilassati.

Ce lo promettiamo che ci mordiamo la lingua prima di usare questa parola? Magari c’è una Nicole nella vostra vita. Ribadisco ancora: perfino il compagno, con cui vive, pensa che lei stia bene. Pensate voi. Pensate a quella persone che vedete ogni tanto. Che ne potete sapere? Stiamo attenti alle parole, che sono importanti.

Quando soffri di un dca e qualcuno si mette a dieta. Oppure, “si abbuffa”.

E’ un post difficile e mi auguro di non ferire nessuno, nessun riferimento è diretto a qualcuno di particolare. Anzi, partirò da un episodio: sono a cena fuori. Io odio mangiare cose non preparate da me: non so mai cosa e quanto ce n’è dentro. Per me la cosa più difficile dei ricoveri sono stati i pasti, non gestiti da me. Sono andata a vivere da sola a diciannove anni e quindi ho sempre pesato. Mangiare un piatto di pasta in una casa che non è mia, è difficile ma non quanto mangiare a ristorante. Qualche settimana fa, con i miei genitori, i miei fratelli e il mio compagno andiamo a cena fuori. Un’improvvisata, una cosa decisa per le otto alle sette. Il che per una persona normale è una giornata come un’altra. Per noi no. Perchè ripensi al biscotto in più a colazione e al mandarino a merenda e che oggi non ho fatto nemmeno le scale: insomma, è un imprevisto. In sala pasto alla Gruber c’è un cartellone enorme sugli imprevisti: per noi sono difficili da gestire. Io ho appena imparato a gestire i pranzi dalla domenica in famiglia, ma con le improvvisate faccio molta fatica. Insomma: mi vesto, esco, raggiungiamo il posto, mi siedo. Uno sconosciuto, dietro di me, dice ad alta voce di aver perso nove kg. La mia testa urla. Urla fortissimo. Vorrei essere da sola, uscire, andarmene, non mangiare, vorrei perderli anche io nove kg. La mia voce, alta, dice “Adoro andare a cena fuori e sentire la gente parlare di diete”. Sconosciuto si gira e mi porge le sue scuse. Di cui sinceramente non me ne faccio assolutamente niente perchè io ho cervello difettoso e ormai è partito in loop.

Per questo post ho chiesto di nuovo aiuto alle mie Bimbe e come una di loro mi ha detto, non è che dobbiamo essere tenute sotto una campana di vetro. No, assolutamente. Ma ogni fottutissimo anno, a Natale, e non solo, io sento qualcuno dire “oh, che abbuffata” e come ha detto una delle mie intervistate “io gliela farei provare almeno una volta nella vita un’abbuffata”.

Non si è sensibilizzati. Io non ho mai sentito nessuno dire che “mi sento come dopo la chemio”; che si sono abbuffati l’ho sentito dire da zii, cugini, genitori, amici.

Ve lo prometto, avrete un post su cos’è un’abbuffata, che come sottolinea una delle mie Bimbe “non è una cosa poi così tanto soggettiva” e io sono d’accordo con lei, malgrado a me sia stato diagnosticato che soffra di abbuffate soggettive. Ma dopo anni e anni di percorsi e di lavoro su stessa, dopo aver vissuto con persone che realmente soffrivano di abbuffate, io ho pubblicamente, sui tavolini fuori alla Gruber, l’area fumatori, chiesto scusa. Quindi ci tengo, ci tengo a raccontarvi cos’è un’abbuffata e al più presto organizzerò un’intervista. Fatto sta che io non mi sono mai sentita come si sente chi soffre di bulimia o di binge, esattamente come non mi sono mai sentita come una che ha fatto la chemio. Perchè verso certe cose siamo sensibilizzati e verso altre no? “Molto spesso le abbuffate vengono viste in maniera completamente diversa. Una cena con parenti è un’abbuffata. Io quando sento questa parola mi viene in mente solo la me la sera o quando sono da sola a casa che non riesco più a smettere di mangiare e che prendo tutto quanto, come se dovessi colmare un vuoto dentro di me. Quella è un abbuffata: fermarsi e sentirsi qualcuno che ti prende dalla testa e ti porta in bagno per risentire il vuoto. Come la vedono le altre persone fa veramente male. Anche se non dovrebbe: forse quella è la normale abbuffata di una persona normale ma a me vengono in mente flash brutti…e niente, questo”, mi racconta in un’audio M. ieri sera.

Quest’estate, io e J. siamo usciti fuori con una coppia. Io e lei, che mi conosce, che sa la mia storia, dopo aver ordinato, usciamo fuori a fumare. Mi racconta dei kg persi e che per “prepararsi alla cena” aveva mangiato solo cetrioli a pranzo. Non le ho tirato una testata perchè so che mi sarei fatta più male di quanto ne avrei fatto a lei. Ho continuato a sorridere, a mangiare, non ho vomitato, non la vedo da quella sera e non ho assolutamente in programma altri pasti con lei, un caffè, se mai.

La mia migliore amica ha fatto una dieta chetogenica, ma aveva certa sensibilità nei miei confronti. Conosco gente che sotto chetogenica postano ogni fottutissimo pasto sui social. Si fanno foto dopo ogni allentamento. Invidia e rabbia sono i sentimenti più provati da chi soffre di anoressia. Invidia perchè loro “sono autorizzati”, rabbia perchè come mi ha detto una verace napoletana “gli sbatterei la testa sul piatto”. Sei a dieta, ok. Magari non ne hai nemmeno bisogno. Magari si. C’è bisogno di postare ogni pasto? Ogni allenamento?

C’è bisogno di dire che hai sgarrato mangiando due fette di torte? No, regà: non è uno sgarro. E’ il corpo. E’ che siete vivi. E’ c’è gente per la foto del vostro sgarro, ripensando a quello che ha o non ha mangiato ci starà male.

Pensateci. Pensateci quando andate a cena fuori e urlate che avete perso nove kg. Pensateci quando vi mettete a dieta che c’è gente che vi invidia per un mese senza carboidrati e a cui potete fare molto più male di quello che vi immaginate.

Sapete che mi ha detto una nutrizionista? Che i carboidrati vanno mangiati ANCHE di sera. Si, ad ogni pasto. E si, ho in programma un intervista anche con lei. Anche lei sta venendo fuori dall’anoressia e per lavoro prescrive diete per dimagrire. Lei, mi dice che non prova rabbia ma empatia, perchè dietro tutto c’è questo senso di non piacersi.

Tutto questo per dirvi che bisognerebbe imparare i termini giusti. Siete sempre coi telefoni in mano: googlatela cos’è un’abbuffata.

Mettetevi a dieta. Per la prova costume. Perchè siete sovrappeso. Perchè vi va. Ma non raccontate ogni dettaglio a tutti. Vi immaginate se casino se NOI vi raccontassimo ogni dettaglio? Dalla finestra vi butteresti.

Baci, abbracci e biscotti al burro.

Non solo femminicidio: violenza agli uomini.

Stamattina ho avuto la meravigliosa opportunità di intervistare la Dottoressa Martina Morrone e di parlare della sua tesi di laurea. La dottoressa Morrone mi ha raccontato che nel periodo subito antecedente alla sua tesi si sentiva spesso parlare di femminicidio, anche in modo improprio. Lei, però, aveva conosciuto persone che avevano vissuto forti disagi coniugali, seppur in modo molto informale. Così, quando era giunto il fatidico momento di ogni universitario, quello della scelta della tesi, lei aveva come punto di riferimento una professoressa di storia di genere. Siccome la violenza, come ogni altro fenomeno della vita, mi viene da aggiungere, non conosce genere, ha voluto studiare il fenomeno sulla categoria diametralmente diversa a quella di cui si sente parlare sempre. Non era assolutamente sua intenzioni demonizzare le donne, mi spiega, voleva solo concentrarsi su una categoria differente.

“Perchè gli uomini non denunciano?”, le ho chiesto. Mi ha spiegato che vi è un fenomeno culturale che entra in gioco: quello del machismo: l’uomo, di fatti, ha tratti molto definiti ed è culturalmente concepito come parte attiva della violenza. “Capire, concepire, accettare che può essere parte passiva, è una bomba atomica”, si tratta di un fenomeno che viene concepito come innaturale dalla nostra società: se un concetto è percepito come impossibile, viene allontanato. “Se sono un uomo e sono vittima di violenza di una donna (che per natura (culturale) subisce violenza), il mio disagio non trova cittadinanza in nessuno status, nemmeno in questura. Ho parlato con persone che sono state rimandate a casa, da un pubblico ufficiale”, dicono agli uomini che non hanno compreso bene la situazione.

Un po’ come viene fatto alle donne nei Paesi islamici, intervengo io. Si: ci ho preso.

Ma la differenza sostanziale sta nel fatto che lì è legge: se io sono islamica e mio cognato mi lapida perchè io parlavo con uomo che non è mio marito non è punibile: i panni sporchi si lavano in famiglia. Lì, è normalizzato. Nel caso di violenza verso gli uomini, le regole non sono esplicite, ma implicite. Spiegare il perchè è complicato e ad oggi non abbiamo riferimenti per comprenderlo.

La dottoressa Morrone mi spiega che attraverso studi qualitativi, si è evidenziato come spesso la violenza psicologica è assecondata: c’è un’assimetria di potere per cui una persona è portata ad assecondare la violenza, viene accettata. Solitamente, parte con cose molto piccole. Si arriva a mangiare sotto il tavolo come un cane, o leccare le pantofole, in casi estremi e soprattutto in maniera molto graduale. E, purtroppo, come in ogni contesto di relazione tossica è molto difficile capirlo: ogni tipo di abuso è difficile da comprendere mentre si vive. La vittima si colpevolizza, sente di “meritare questa cosa” e tende a giustificare l’altro “vabbè, è una persona problematica”. Si crea un sistema autoimmune che può andare avanti all’infinito. In più, per uomo ammettere di non avere potere contrattuale in casa è difficile. Lo deve ammettere a se stesso e quando lo dice fuori, vi è comunque un rifiuto.

“Soluzioni?”, le chiedo. E’ difficilissimo, mi risponde. Sicuramente bisognerebbe scardinare quest’idea dell’uomo frutto della nostra società. L’uomo ha difficoltà anche a sfogarsi con un amico, a piangere….ci si sente soli. Bisognerebbe scardinare questo concetto di mascolinità tossica.

Per concludere e farmi capire quanto sia veramente complicata la situazione, la dottoressa Morrone mi racconta che in sessione di laura era presente, in commissione, una sociologa che collabora con diversi collettivi femministi e davanti alla discussione della tesi della mia intervistata è intervenuta con un “chissà cosa aveva fatto lui”.

Uomini, denunciate. Denunciate, denunciate. Fatelo. Mio fratello per un periodo usciva con un tipa che gli urlava in testa per qualsiasi cosa. Niente lividi. Solo urla. Per quello che aveva ordinato al ristorante, per il modo in cui metteva l’ombrellone…. Da sorella, ci sono stata malissimo. Mia madre ci è stata malissimo. Uomini, ricordatevi delle prime donne della vostra vita, non vergognatevi, e denunciate. Una mamma, una sorella, un’amica, accoglieranno sempre le vostre lacrime e saranno sempre pronte ad accompagnarvi in questura.

Ringrazio la dottoressa Morrone per il tempo che mi ha dedicato e colgo l’occasione per ringraziare tutte quelle persone, indistintamente dal sesso, che sono state capaci di uscire da relazioni tossiche: siete persone forti e coraggiose. Vi abbraccio e vi invito a raccontare la vostra storia, e il vostro coraggio, a quante più persone possibili.

Amore è

Ho la Finlandia tatuata sul polso sinistro, ci ho vissuto quando avevo sedici anni, è il primo posto dove ho vissuto da sola, ce l’ho nella pelle. Oggi in Finlandia è lo Ystävänpäivä. Kaveri sono gli amici, ystävä è più di un kaveri. è lo stesso suffisso che si utilizza per boyfriend e girlfriend. Stavo rileggendo oggi le mie memorie del mio primo ricovero su questo giorno e mi sono emozionata: malattie come la mia allontano le persone ma io sono fortunata ho delle vere ystävä. Poche, pochissime. Quelle che con me hanno mangiato bresaola e cetrioli pur stare a tavola con me. Tutte le altre sono state comparse che ho perso. Ma non sto qui a lamentarmi, io sono fortunata: la mia famiglia mi ama, mi è sempre rimasta attaccata, mi ha sempre difeso, anche quando ho fatto cose da matta vera. E le mie due migliori amiche anche. Conoscono i miei lati più oscuri e continuano ad amarmi profondamente. Possiamo non vederci per anno intero, ne abbiamo avuto prova l’anno in cui sono stata in Finlandia, per l’appunto. Ma noi siamo sempre noi. E insieme siamo capaci di ridere di ogni cosa della vita.

Quindi prima parte del mio post vanno alle mie ystävä predilette: Milla e Maria. Apparecchio ai denti, capelli indecenti, porte aperte con una coperta in faccia, divorzi, gravidanza, morte, malattia. Siamo diventate grandi insieme. Buon Ystävänpäivä amori miei.

Diciamo, quindi, che con l’amicizia io sono stata fortunata. Loro ci sono veramente sempre state. Quando io non volevo andare dai medici loro mi venivano a prendere da casa. Sono famiglia.

Ma con gli uomini avevo sempre avuto problemi. Ho sempre preferito gli spigoli alle cose rotonde e pensavo che amare fosse quel dolore nelle viscere. Fossero le notti sveglie ad aspettare un messaggio. Fosse prepararsi per ore per un’ora di incontro.

Oh dio, quanto ho pianto per quello che pensavo fosse amore! Le mie Ystävä potrebbero scriverci un libro. Il mio primo fidanzato mi lasciò il giorno dopo Natale dicendomi sono troppo emotiva. Ci aveva messo molti anni a rendersene conto. Mi spezzò il cuore. Anche perchè mi teneva in stallo: ogni volta che litigavamo lui mi diceva che se lo lasciavo non avrei mai trovato nessun altro pronto a sopportarmi.

Poi, dopo di lui, non ho mai più presentato nessuno ai miei, niente di troppo serio o che fosse durato troppo a lungo. Ma questa pressante convinzione che l’amore fosse aspettare. Aspettare un messaggio. Aspettare un chiamata. Chiedere il permesso per aperitivo con le amiche. Essere sempre perfettamente depilata e pettinata, eyeliner alle otto del mattino. Dover dimostrare a tutti i costi che pensavo e facevo cose intelligenti.

Dopo anni di terapia e di astinenza totale dalle relazioni, ho compreso profondamente che anoressia e relazioni sono strettamente connesse: io non sono mai abbastanza, non mi sono mai sentita abbastanza e quindi mi meritavo relazioni turbolente che mi lasciavano lì, con la porta socchiusa, che forse entro, forse esco, vediamo come ti comporti.

Quando ho conosco J. uscivo da un periodo di profonda depressione. Per mesi interi non mi ero alzata dal letto. Nella mia vita c’erano mia madre, mio padre, i miei fratelli e tre amiche: Milla, Maria e Claudia.

Sono sincera: non pensavo mi sarei mai più fidata di un essere umano fuori da questa cerchia, quell’anno ero anche stata seguita da una pessima psichiatra, quindi la mia frase era “se nemmeno una psichiatra mi capisci, chi volete che mi capisca?”

Io sono scesa dal portone di casa dei miei.

Lui era lì sotto.

Io avevo un vestitino colorato, lui mi ha guardata e si è stropicciato gli occhi.

Qualcosa mi si è rotto dentro.

Siamo usciti, siamo andati a cena. Una pizza per lui, tre gamberi per me. Arrivata l’ora della terapia, ero a mio agio: “questa blu serve per stabilizzare l’umore, questo serve per dormire, queste due per l’iperattività muscolare, questa per dispercezione corporea”. Lui mi ascoltava. Senza giudizio. Glielo leggevo negli occhi che non mi stava giudicando.

Dopo qualche tempo che uscivo con lui, è venuta voglia anche a me di pizza, con le melanzane. E mentre la mangiavo a lui brillavano gli occhi.

Era estate, mi portava al mare, mi portava a fare gli aperitivi.

Non ho mai aspettato un suo messaggio: quando mi svegliavo ne trovavo quattro o cinque.

Mi ricordo che all’inizio mi scriveva sempre “te l’ho detto???? Sei stupenda”. Anche quando non eravamo insieme mi incoraggiava a mangiare. Se vomitavo, stava male anche lui. Non l’ho mai aspettato. Lui c’era. Lui mi scriveva. Io aprivo gli occhi e gli telefonavo. Non avevo bisogno di andare dal parrucchiere, a lui piacevo con i capelli di salsedine.

Io, malattia a parte, sono sempre stata fortemente indipendente. Gatti, niente cani. Sono una persona da gatto, io. Avevo sempre e solo avuto relazioni a distanza. Un week end si e uno no. Tempo pochi mesi, la quasi totalità dei miei vestiti era qui.

Oggi, all’alba dei trentatre anni, io lo so cos’è l’amore. Non è così diverso da quello che provo per i miei genitori, i miei fratelli, Milla Maria e Claudia.

Amore è mangiare pasta al pesto alle undici di sera perchè anche se ho finito di lavorare alle sei, non avevo voglia di preparare niente.

Amore sono i grattini finchè non ti addormenti.

Amore è il caffè insieme la mattina.

Amore è la tua famiglia che lo tratta come uno di casa e la sua che si fida di che come se ci fossi da sempre.

Amore è “vai a scrivere nel mio studio che è più caldo” e anche “fatti la doccia dopo di me così è più caldo il bagno.”

Amore è “non cambiare le lenzuola da sola che ti stanchi”.

Amore è farti scegliere il film della sera anche se tu prendi il tavor e ti addormenterai dopo venti minuti.

Amore è mandarti un messaggino mentre lavora per sapere se va tutto bene.

Amore è comprarti la cioccolata. Non a San Valentino, ma tutti i giorni.

Amore è preferire stare con le tue amiche che con in suoi amici.

Amore è mangiare i biscotti spezzati e lasciarti quegli interi.

Amore è famiglia.

Amore è sicurezza.

Amore non è quel turbinio nello stomano.

Ed è vero: arriva quando meno te l’aspetti ed è festa tutte le mattine e tutte le sere.

E’ festa ogni volta che lui ti versa il caffè: ad ogni risveglio.

Ed è vero: arriva quando meno te l’aspetti.

Si, i fiori me li ha regalati.

E sabato mi porta a cena.

Ma il caffè me lo prepara tutti i giorni.

Claudia: un tumore a venticique anni. E la vita dopo.

Conosco Claudia, nome vero per sua volontà, da, ormai, più della metà della mia vita. Ci siamo conosciute al liceo, dove eravamo quelle strane: una parlava giapponese, l’altra finlandese. Malgrado la vita ci abbia portato più volte a cambiare città, non ci siamo mai perse quindi la sua storia la conoscevo già bene, ma dal mio punto di vita. Stamattina, mi ha raccontato il suo e ho l’onore di scrivere la sua storia che ha inizio qualche mese, quattro o cinque, dopo la laurea, mentre frequentava un corso per diventare istruttrice di yoga. E’ in quel periodo, infatti, che Claudia si accorge di avere un nodulo al seno. Quando va a farselo togliere, per motivi puramente estetici, infatti, l’avevo rassicurata sul fatto che il tumore fosse benigno, circa sei mesi dopo la comparsa del nodulo, era nel pieno degli esami del corso. L’accompagna il papà e siccome “questo nodulo era diventato così grande che avevo un terzo seno” [nrd.], lei e il papà per il tragitto sono tranquilli, una giornata normale, un piccolo intervento. Claudia scherza, ride, dice al papà che è tranquilla, che per quanto era grande quel nodulo, se fosse stato maligno, sarebbe di certo già morta.

Arrivata a fare i controlli, al momento della mammografia, il medico è molto preoccupato e chiamo un altro collega e con la paziente e il padre di quast’ultima davanti, parlano di asportazione, seppur non ci fosse alcuna diagnosi.

“Io non l’ho presa bene, come nei film, ho avuto un crollo. Insultavo tutti. Mi sono chiusa in bagno”. Il destino e la fortuna vogliono che il papà di Claudia sia un medico e a Padova abbia un amico, rinomato medico in senologia. Purtroppo, però, quando arrivano lì, lo shock: non è operabile. Sarebbe come mettere le mani in vespaio, le dicono e la spediscono, a mò di pacco postale, in oncologia, da un’oncologa arrivata da poco nel team, che per il senologo, era perfetta a Claudia, almeno sul momento nè lei nè il suo collega le piacciono: parlano con troppa freddezza e distacco. “Poi, lei si è rivelata molto sensibile ma in quel momento dicevano che mi dovevano tagliare i capelli. E i miei capelli, lunghi fino al sedere….il mio problema in quel momento erano i miei capelli”. E poi la chemio le propongono è sperimentale: non si sa come può andare a finire. All’inizio le danno tre mesi di vita. Era giugno e sarebbe stato un miracolo se fosse arrivata a settembre. Claudia più volte mi ribadisce che lei non è come le protagoniste dei film nei loro maglioncini lilla a costine che sorridono e si sentono grate per ogni giorno. Lei rompe un dito a un medico che le fa una biopsia senza anestesia. Lei la non prende bene la diagnosi. Si sveglia nel cuore della notte per controllare se respira, più volte scappa di casa, “una volta scalza”, “Avevo bisogno di correre per vedere che ero viva”.

Poi, inizia la chemio, che è tosta, mi dice. Grazie a lei e un’altra ragazza che per prima l’hanno provata sul proprio corpo, questa chemio oggi non è più sperimentale, è diventata di protocollo.

L’esperienza della chemio ti rimane sempre dentro. Mi dice Claudia, io annuisco in silenzio, le credo. “Tu entri in questa stanza, ci sono queste sedie…i casi più gravi hanno un letto, ti attaccano una flebo. A me avevano messo un PORT. Sei lì, senti roba che ti entra in corpo, hai sensazioni strane. Nella prima chemio ho avuto un’allucinazione, un’intossicazione da farmaci.”, continua “Non è che ti succede qualcosa durante la chemio. Ma senti. Durava quattro ore….e pensi…”.

A Padova, mi racconta, l’ambiente era anche piuttosto tranquillo, a Bari le pazienti chiamavano il prete e quando vedevano una ragazza così giovane, la guardavano e piangevano.

“Il problema della chemio è quello che ti succede dopo. Io devo ringraziare mia mamma che mi ha fatto seguire anche dalla medicina cinese, io ho avuto solo un episodio di vomito, nel sangue avevo i valori buoni, non ho avuto bisogno di nessuna delle tre trasfusioni che avevano messo in conto”. Solo per le ultime chemio, Claudia è stata male, per una non è riuscita ad alzarsi dal letto per tre giorni.

Claudia fa dodici sedute di chemio, dopo sette il nodulo era scomparso, ma decidono di completare il ciclo. L’hanno comunque operata per capire se c’erano delle cellule. I giorni successivi all’intervento, Claudia li passa a muovere le braccia perchè si ritrova all’improvviso senza seni e aveva paura di non riuscire a muoverle bene. “Se ci penso, mi faccio tenerezza da sola: ero piccola, senza capelli, piena di tubi”. “E’ stato traumatico quando mi sono lavata la prima volta, avevo dei buchi sotto le ascelle e una crosta. Ancora adesso faccio fatica, ho avuto perdite di sangue per un mese. Anche ora si nota, è difficile non notarlo. Poi l’ho presa con filosofia: mi sono rifatta un seno più grande!” Certo, non è intervento estetico, Claudia dorme con qualcosa sotto al seno e spesso ha dei dolori.

Parlando con lei uno dei traumi più grandi che è emerso è quello che potrebbe sembrare il più effimero di tutti: i capelli. “Mangi e ti cadono i capelli” …Sono un marchio. Perdi i capelli, perdi le ciglia, perdi le sopracciglia; la gente ti etichetta e inizia a trattarti in maniera diversa. Mi sono sentita emarginata, mi racconta.

Una delle cose che Claudia mi racconta e che ho provato sulla mia pelle, e infatti, noi ce lo siamo sempre dette che ci campiamo, seppur con tipologie di malattie e cure diametralmente opposte, è che la gente si è allontanata. Tante volte io dico, riferendomi ad amici con cui ho fatto vacanze e ci ho passate Pasque e festività, cene e cenette e che ora non so nemmeno se siano vive o morte che “la gente ha paura di due costole”. Io ipotizzo. Claudia conferma, l’ha domandato e alcune persone le hanno risposto che avevano paura di stare in sua presenza. “Gli altri ti isolano: hanno paura di avvicinarsi a quel burrone che è il tuo dolore”.

“Io non ho fatto niente di male alla fine. Non ho scelto io di ammalarmi e non capisco perchè dovrei far finta di niente; ho ancora problematiche legate a questa malattia e le persone si allontano”.

Continuo ad essere sotto controllo ed è pesante. A volte sono completamente distaccata, altre volte mi sento soffocare. Ci sto lavorando, da soli è quasi impossibile: ci si può imparare a convivere ma non si può dimenticare.

Continua a raccontarmi che per un periodo si è accontenta di quello che le capiva, un po’ come se la vita le avesse già dato abbastanza, sembra a me di capire. Poi, con l’aiuto della psicoterapia, piano piano è riuscita a riprendere in mano la sua vita anche i postumi sono difficili da gestire: spesso Claudia ha la febbre, mal di testa…di recente ha subito un’operazione ma nel mentre è riuscita a svolgere due esami universitari: la malattia le ha già portato via tanto, adesso basta.

Mi racconta che col covid, da sola con se stessa, con i propri pensieri, ha vissuto un forte squilibrio e che anche in terapia fa fatica a parlare della malattia. “Aver conosciuto la morte così da vicino, così giovane…. Io vivo nel terrore di morire”.

“Leggo di sopravvissuti spirituali, felici…. io non penso che sia in cancro a fare dei cambiamenti.”. Anzi, per postumi della malattia che si porta dietro, Claudia è stata licenziata, non è stata assunta, è stata lasciata dal fidanzato. “Io non la capisco tutta sta gente che si illumina con la malattia. Vengono pubblicizzate solo alcune cose. Nessuno fa vedere la depressione. Perchè non parlare del resto? Io mi sono sentita completamente sola. Come ci torni alla vita normale? Non ho più il mio corpo, non ho più i miei amici, tutti sono andati avanti e tu hai tante difficoltà.

L’ascolto con un ghigno amaro sulla bocca: ci capiamo davvero io e Claudia. Era una delle tre persone, a parte la mia famiglia, che vedevo regolarmente durante la fase acuta della mia depressione: lei mi capiva. Non c’era bisogno che io parlassi. Mi portava a fare delle passeggiate, a fotografare il tramonto. Io non dovevo dirle niente.

L’ultima domanda che le ho fatto riguarda i suoi genitori. Mi ha risposto che la mamma non si è potuta permettere di avere un crollo e che crede che ancora soffra nel vederla in difficoltà. Piange:” Io molte volte le dico che non è giusto quello che è successo” e ho paura che lei si senta in colpa. Sul papà ha preferito non dirmi niente.

Ho la pelle d’oca, è stata un’ora intensa,

Fanculo malattie.

Grazie vita.

Grazie Claudia, ci vediamo tra due week end. E sai a che brindiamo? Al fatto che ci alziamo dal letto.

Sanremo: gli attacchi a Grignani.

“La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che tu ti comporti come se non l’avessi”

Com’è vera questa citazione.

Hai l’anoressia? Ma dai, è Natale, mangia il panettone!

Hai l’anoressia? Ma dai, è il compleanno di X., che sarà per una volta.

Hai l’anoressia? Ma dai, tutti ingrassano in vacanza.

Essi, certo. Nobel per la come guarire una persona da un disturbo del comportamento alimentare da ritirare direttamente a Stoccolma. Perchè si sa no, che le malattia si prendono le pause. Può venirti la varicella ma se devi farti un selfie per instagram, puoi dire ai bulbi di nascondersi per un attimo, che ci vorrà mai. Puoi avere male ai denti ma se è il compleanno di X e c’è pollo da mangiare con le mani alla grigliata, puoi lasciarlo a casa, no? Puoi avere la febbre alta e le allucinazioni ma se c’è il matrimonio di tua cugina, la febbre può ricomparire il giorno dopo.

La prima verità con cui devi confrontarti quando hai una malattia mentale è l’ignoranza della gente. Facile per loro che mandando la malattia per un mal di stomaco. Io col mal di stomaco ci convivo da anni. Mi sveglio col mal di stomaco, vado a letto col mal di stomaco, a volte mi sveglio nel cuore della notte per il mal di stomaco. Non dovrei mai fare niente. Ah, e ho una voce che urla forte nella mia testa che sono grassa, di non fare la doccia, di non vestirmi, di non truccarmi che tanto sono brutta lo stesso, di non accettare inviti a pranzi e cene che tanto poi sto male. Ma ovviamente tutti si aspettano che io la mattina esca dal letto, faccia colazione, pulisca, stiri, lavori, paghi le bollette, mangi i pasticcini della mia amica, non vomiti, non abbia sbalzi d’umore. Alla fine è tutta questione di forza di volontà, no? Io posso farmi passare le urla nella testa come voi potete farvi passare la febbre? Forza di volontà. Ah no? Con la febbre non funziona? Scusate, che volete che ne sappia io, sono pazza.

E gli stereotipi, oddio quanto piacciono gli stereotipi alla gente senza problemi mentali. Potrei e, probabilmente prima, o poi ci scriverò un libro sugli stereotipi e la malattia mentale.

Io vorrei andare a casa di Gianluca e portargli la mia torta dietetica allo yogurt senza uova e senza burro e senza zucchero. Gli chiederei di prepararmi un tea e lo macchierei col latte (scremato, non sia mai). Gli direi che lo capisco. Gli racconterei che anche io sono andata a lavoro piena di lassativi. Gli racconterei che anche io ho vomitato sul posto di lavoro. Gli racconterei che anche io ho lavorato digiuna.

Solo che per mia grande fortuna io non lavoro in tv. Nessuno mi conosce, quindi se vomito in un locale qualunque di una città qualsiasi, la gente pensa che sono una ragazzina ubriaca e fine della commedia, nemmeno un articolo sui giornali. Il che è un gran fortuna: il diritto di stare male.

Il genio e la follia, l’arte e la malattia mentale, sono sempre andati a braccetto. Non è scontato e non è detto ma come dice la mia amica V. “Dio dà, Dio toglie”, come se desse qualcosa togliendoci qualcos’altro. E allora tutti lì in coda a pagare per vedere un’opera di van Gogh “che era pazzo, si tagliò un orecchio”, tanto nessuno di noi l’ha visto stare male.

Ma tutti pronti a criticare un uomo di quarantanove anni che ha tentato il suicidio, che ha subito molestie, a cui un’amica è stata portata via da una malattia infame che è la leucemia.

Del resto, voi sapete tutto. L’abbiamo tentato tutti il suicidio, no? Io si. E la vita cambia. Esiste, per me, un prima. Esiste un durante, che è un lunghissimo fermo immagine che non se ne va mai dalla testa, ed esiste un dopo. Dopo che hai cercato di ucciderti la vita non è quella di prima. Anche perchè “sei bella, sei giovane, sei intelligente, sei amata, non ti manca niente” e allora sapete che c’è? Non ne parlo più. Avete ragione voi. L’avete mai persa un’amica giovane? Io ne ho perse due nel giro un annetto. Il modo in cui mi relaziono alla vita e alla gente è cambiato di molto, non so se in meglio o in peggio, ma è cambiato di molto.

Ragazzi: è troppo facile giudicare del comodo divano di casa propria, col riscaldamento acceso, la tv che riempie la stanza col suono, la copertina sulle gambe, la cena nello stomaco e magari un bicchiere di vino o qualche dolcetto accanto.

Io non parlo mai di calcio. Mai. Perchè l’unica volta in vita mia in cui ho guardato una partita la mia unica curiosità riguardava il perchè il portiere non si veste come il resto della squadra.

Gianluca, se vuoi mangiare una fetta di torta con me, la compro. Col burro. Io ti capisco. E se non fossi sottopeso i primi che prenderei a calci sono quelli che hanno scritto che sei pure ingrassato. Come se fosse qualcosa degno di nota.

Olocausto e pandemia: le differenze storiche e culturali

Budapest, scarpe sul Danubio

Mi ricordo, che qualche anno fa, stavo spiegando al figlio di una coppia di amici cos’è il giorno delle memoria. Lui aveva sei anni e io gli raccontai che c’era una volta un uomo convinto che nel mondo tutti dovessimo avere gli occhi azzurri e i capelli biondi. E che tutti quelli che non erano così, che erano mori, ebrei, disabili, omosessuali, comunisti, venivano portati in dei posti terribili, dove i bambini venivano separati delle mamme, i capelli rasati ed esistevano delle docce assassine, ove entravi e non uscivi più. M., è figlio di un’educatrice e di uno storico e niente ebbero da ridere sulla mia spiegazione, nemmeno quando aggiunsi, che purtroppo posti del genere esistono ancora, per esempio in Libia.

Sono passati un po’ di gennaio da quel giorno, io mi sono trasferita e le vite di tutte e quattro i protagonisti di questo preambolo sono molto cambiare. Giacchè, punto cardine di questo post, la vita è fatta di scelte.

Avendo conseguito una laurea in antropologia, di esami di storia alle spalle ne ho un bel po’. Ma la laurea non fa cultura e mio fratello che ha solo un diploma è molto più appassionato di storia di me. Però, insomma: io ho letto, ho visto film, ho viaggiato.

A Budapest sono stata in un museo dedicato alle vittime che si opponevano al sistema. A Berlino sono stata in un bunker nazista e al memoriale degli ebrei.

Esperienze abbastanza forti e toccanti. Quando sono uscita dal bunker ho pregato una signora di fare in fretta perchè mi mancava l’aria. Quando sono uscita dal Memoriale degli Ebrei, piangevo come una bambina.

Da qualche giorno, leggo paragoni sulla pandemia che stiamo vivendo e il giorno della memoria. Non voglio dire cosa provo, le emozioni sono soggettive e questo non è un diario di bordo ma di denuncia sociale.

Ribadisco ancora una volta che la laurea non fa cultura (e io ne ho due, quindi offendo me stessa in primis), quindi non faccio caso al titolo di studio della persona che ho davanti. Per me puoi avere la terza media o un dottorato in ingegneria spaziale: sempre una persona rimani.

Ho il vaccino? E a voi che importa. Sono scelte di vita. Sono scelte personale. Io, come chiunque altro, nella vita ho compiuto diverse scelte. Alcune si sono rivelate giuste e altre sbagliate. E mi sono presa le conseguenze di tutte e due.

Io ho vissuto per diverso tempo come una paziente ricoverata. Non solo non potevo andare al bar, non solo non potevo andare da Zara ma nemmeno al supermercato o a fare una passeggiata. Qualcuno mi obbligava a stare li? No. L’ho fatto perchè io ho tanti sogni. Sognavo un fidanzato, sogno di diventare mamma e sapevo che avevo bisogno di lavorare su me stessa. Non me ne sono vergognata nemmeno un giorno. Non me ne vergogno nemmeno un giorno e parlo dei miei ricoveri con la stessa semplicità con cui potrei parlarvi della pasta al pesto che ho preparato ieri.

Notizia shock: sono sopravvissuta. Non solo io. Tutte quelle che erano con me. Solo in due non ce l’hanno fatta, perchè la morte non conosce ideali.

Pensate: non potevo nemmeno darmi lo smalto nella mia camera; dovevo farlo in ambienti comuni altrimenti mi isolavo. Potevo decidere che marca di biscotti mangiare? No. Potevo decidere di bere un caffè quando mi andava? No. Potevo fare colazione in pigiama? No. Potevo pranzare o cenare con le gambe incrociate? No. Potevo fumare una sigaretta dopo le ventitre? No. Potevo uscire dalla mia stanza di notte? No.

E sapete cosa? Sono umana, mi sono lamentata anche io. Ho pianto perchè volevo un caffè. Ho pianto perchè non volevo il latte a merenda. Ho pianto perchè non riuscivo a dormire ed ero costretta in un letto piccolo.

Ma avevo un obiettivo. Stavo combattendo. Ero lì per un motivo.

Quando ho lasciato Bologna e sono tornata al sud per guadagnare molto di meno ma garantirmi il riposino al pomeriggio, è stata una scelta. Mi manca via Indipendeza che voi nemmeno vi immaginate. Mi manca lavorare in aeroporto con un divisa addosso. Ma ora ho uno stile di vita più tranquillo. Sono più rilassata. Non vado più dal parrucchiere ma se sono stanca il mio compagno mi asciuga i capelli.

Io l’ho capito molto presto: la vita è fatta di compromessi.

Non state vivendo l’olocausto. Avete tutto il cibo che volete, potete addirittura ordinarvi una pizza stasera. Potete andare a trovare parenti e amici. Potete bere un caffè sul divano, in pigiama, con le gambe incrociate.

Siete discriminati? Beh, lo siamo tutti. Io ho fatto colloqui presso aziende che non mi hanno assunto perchè sono troppo magra. Ed è successo anche ad un’altra mia amica, un’altra superstite della dittatura per curarci.

Qualcuno vi ha eliminato delle loro vite per una vostra scelta etica? Anche da me tante persone si sono allontanate perchè sono malata. Anche da tutte le altre superstite della dittatura del sistema sanitario. E’ che noi abbiamo imparato a vedere chi resta, chi c’è. Una volta uscivo con un ragazzo che mi ha detto che mai nessuno sarebbe voluto stare con me per via della mia “condizione”. Qualche anno dopo ho un anello al dito. Alla sua famiglia non importa che dorma col tavor sul comodino, non importa che non sappia fare il ragù, ridono guardando i tik tok che io e J. facciamo nel tempo perso.

Conosco vaccinati e conosco no vax. Accolgo in casa mia tutti e due, vado a casa di tutti e due. Non discrimino nessuno sulla base delle proprie scelte di vita. Non sono nessuno per farlo.

Ma vi prego: nessuno vi sta portando via i vostri figli e rasando i capelli; non avete un numero tatuato sul braccio; potete scegliere i vostri vestiti.

No: non state vivendo un olocausto. State lottando per ciò in cui credete. E fate bene. Ognuno, nella propria vita, è libero di combattere per ciò che ritiene giusto. Ma vi prego: regalatevi un libro di storia. O almeno un film.

Dispercezione corporea

Se esistesse una brochure sui disturbi alimentari, sicuramente, in cima alla lista dei sintomi ci sarebbe la dispercezione corporea. Pur facendo parte della famiglia della dismorfofobia ( dal greco antico dis- morphé, forma distorta e phobos, timore), è molto meno conosciuta, al punto tale che la tastiera mi dà “dispercezione” come un errore. Ho deciso ieri di scriverne, perchè alla fine il mio unico scopo nella vita è fare rumore nel mondo ma mi sono trovata molto in difficoltà, indi per cui, ho chiesto aiuto alle mie Bimbe. Chi sono le mie Bimbe? Sono le persone con cui ho vissuto i mesi più difficili della mia vita. Quelle che più di ogni persona al mondo mi hanno vista piangere, urlare, ridere. Loro sono state più che coinquiline, sono state sorelle. E allora ieri sera ho mandato un messaggino chiedendo loro cosa fosse, per loro, la dispercezione. Mi ha colpito subito la risposta immediata di una di loro “sei proprio un’antropologa, che domanda difficile”. In effetti, come lei stessa ha evidenziato, i medici con noi ne parlano, ma senza spiegarci cos’è.

Se avessi avuto un euro per ogni volta che uno psicologo, uno psichiatra, un dietista, un nutrizionista, un educatore, mi ha detto “è dispercezione, Stefania”, a quest’ora vi starei scrivendo dai Caraibi.

Ma perchè nessuno ci spiega cos’è la dispercezione?

Una delle ragazze a cui l’ho chiesto mi ha detto che ci ha pensato tutta la notte e si è svegliata con un immagine nella testa, un immagine che voglio condividere con voi: “C’è una ragazza, bella, lunghi capelli rossi sciolti e pelle diafana, bianca latte…il suo corpo mi riporta a un’immagine sana…sembra morbido e pieno di linfa vitale ma di fronte alla domanda che mi hai posto tu mette in atto una vera e propria performarce. E’ sulla spiaggia, sul bagnasciuga, una giornata fredda e invernale…lei è nuda che cammina sulla sabbia a piedi nudi e si intuisce il freddo e il vento gelido le schiaffeggia il corpo…si avvolge intorno un lenzuolo di seta […] mentre procede lenta nel suo cammino, la seta si fa sempre più stretta, diventa più simile a un telo trasparente, quasi una pellicola stretta sotto la quale il suo stesso corpo si trasforma…viola di freddo, dolorante, livido, non per forza emanciato, ma sofferente e malato, tagliato da questa pellicola che la stringe e la soffoca…così si accascia a terra e lì rimane”.

Mi ha colpito quel “non per forza emanciato”, infatti, la mia compagna di stanza del secondo ricovero, ieri mi ha prontamente detto che quando soffriva di binge si sentiva autorizzata a mangiare, perchè, al contrario di quando era sottopeso, si vedeva magra.

Parlando con le Bimbe è uscito un po’ fuori che questa benedetta dispercezione non ci lascia in pace nemmeno un attimo. Un giorno in cui ti vedi uno schifo, qualcuno ti scatta una foto. L’indomani la guardi e pensi di far schifo in quel momento, che nell’ipotetico ieri, eri magra.

A colazione, stavo dicendo al mio compagno che è veramente difficile pensare di scrivere di dispercezione. Quasi tutte le ricerche che ho fatto mi dicono che ne soffrono coloro che sono affetti da un disturbo alimentare. Grazie internet, molto utile. Alexa si è spenta. Non mi ha nemmeno risposto.

E allora io, tra il caffè e la sigaretta, gli ho detto “ma forse nemmeno tu e mia madre avete capito cos’è la dispercezione”. E lui mi ha detto che è troppo difficile da capire, come se lui volesse spiegarmi com’è avere la pressione alta.

Poi, sono rimasta da sola, ho fatto mille cose, riletto mille volte ogni singolo messaggio. Ho messo i piatti nella lavastoviglie, mi sono fatta una doccia veloce. E, intanto pensavo. Pensavo alle mie percezioni, alle mie sensazioni, agli audio, ai messaggi, alle mail che mi sono arrivate tra ieri e stamattina come risposta alla mia domanda.

Sono commossa da quanto stiano prendendo sul serio il mio lavoro le persone con cui ho vissuto l’inferno, quasi come se credessero che potrei fare qualcosa di grande.

La dispercezione, secondo la maggior parte delle mie Bimbe, è “quella cosa che ti fa sentire ingombrante”; “percepire è avere una propria visione del mondo […] La dispercezione è una percezione non sbagliata, ma alterata, una interpretazione diversa della realtà, della quale però non ha coscienza”, “è sentirsi intrappolati in un corpo che non ci appartiene, è guardarsi allo specchio e non riconoscersi”.

In tante, me compresa, tendiamo a misurarci le cosce e la braccia. Io nel pieno delle malattia lo facevo con un metro. Adesso mi “bastano” le mani. Ma la pelle sporge costantemente, non credo di essermi mai vista veramente magra, sono d’accordo con una delle risposte che ho ricevuto ieri: è come se le ossa non fossero mai abbastanza sporgenti, è come se quel dolore non si vedesse mai. Come se avessimo bisogno di mostrarlo al mondo quel dolore.

Concludo questo post un po’ sconclusionato raccontandovi una storia abbastanza recente. A Natale J. mi ha regalato un anello. E per me che non ho mai avuto una relazione più lunga di un settimana è come toccare il cielo. Mi guardo la mano sinistra e mi chiedo se sia la mia. Ho affrontato le feste, che per chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare sono abbastanza complicato, con molta più leggerezza e gioia del solito. Ho assaggiato un po’ di tutto. Sicuramente non ho mangiato come gli altri ma ho assaggiato tutto. E non ho vomitato niente. E siccome non è una gara ma una sfida con me stessa, per me è stata una grande vittoria. Qualche giorno dopo la fine delle feste, non ho resistito e sono andata dalla mia amica più grande: la bilancia. Un kg in più. “Poco male, dai. Hai mangiato tanti dolci, tanto alcool, un po’ di gonfiore, tempo una settimana lo perdi, stai calma”. Ed effettivamente, sono rimasta calma (ricordo sempre ai lettori che io un grosso aiuto dalla chimica dei farmaci!).

Passano i giorni, non mi peso, tendo ad usare sempre gli stessi quattro vestiti, ho la mia alimentazione normale, che non è nè sana nè equilibrata, tanto meno normale, ma è il mio equilibrio, il mio limbo. Una sera, io e J. ordiniamo la pizza. Mai pesarsi dopo la pizza, lo dice pure Cosmopolitan. Ma una malattia mentale è una malattia mentale: un kg in meno, la mattina dopo una pizza. Continuo comunque a sentirmi gonfia.

Altra scena: mi faccio la doccia, “mi cade” l’occhio sullo specchio e vedo le ossa sullo sterno, sulle costole, sulle anche. Panico: io non lo voglio un altro ricovero, non sono disposta a diventare normopeso ma io non lo voglio un altro ricovero. Finisco di asciugarmi. Mi vesto: “ommioddddddio ste cosce, chissà quanto ho preso”.

Ecco: è questa la dispercezione.

E’ quando il tuo compagno ti dice che stai dimagrendo ma tu esci con la tuta perchè le cosce sono troppo grosse. E’ quando mangia un quadratino di cioccolata e immediatamente, come per magia, la pancia si gonfia in maniera esagerata, i vestiti stringono, ti viene la nausea.

Convivere con la dispercezione è un inferno. E ringrazio tutte le mie Bimbe per avermi aiutata a capirne di più.

La storia di Amelia: vivere con un tossico.

Non voglio parlare solo di me in questo blog. Fondamentalmente parlerò di me perchè la mia è l’unica vita che ho vissuto, l’unica che vivo. Ma ho scelto di fare la magistrale di antropologia perchè sono profondamente attratta dalle storie di vita.

Conosco Amelia, nome di fantasia, da qualche anno e qualche giorno fa le ho inviato un messaggino per chiederle se voleva sottoporsi a una breve intervista e raccontarmi della sua relazione, lunga anni, con un tossico. Ero quasi certa che mi avrebbe risposto di no: ricordare certe cose porta dolore. Invece, ha accettato e stamattina ho avuto modo di parlare con lei e porle qualche domanda.

Amelia è giovanissima quando incontra questa persona. Lo conosce il giorno della maturità: nella sua scuola sostenevano l’esame anche dei ragazzi di una comunità. Tra questi c’era lui. Lei era fidanzata con un altro all’epoca, quindi ci scambia due parole quasi come un convenevole; quando esce fuori, lui le ha lasciato un bigliettino sulla macchina e successivamente la contatterà su un noto social. Inizia una bella relazione: lui è ancora in comunità, lei va a trovarlo quasi tutti i giorni per all’incirca sei mesi. Lui viene dimesso e trova casa con una decina di persone; quasi tutti tossici, lei non ci fa molto caso e quasi si trasferisce lì. In quel periodo lui faceva uso di erba, e visti i suoi trascorsi con le droghe, a lei non piace questa cosa. Così lui, sin dal principio della storia, inizia tenergli questa cosa nascosta; lei se ne accorge sempre quando fuma ma porta pazienza anche se nemmeno la gente che frequenta “quella gente lì”, le va molto a genio.

Dopo pochi mesi, la situazione in quella casa diventa insostenibile e decidono di cercarne una per conto loro. E’ a quel punto che i genitori di Amelia si offrono di ospitarli a casa loro. A posteriori, Amelia scoprirà che i suoi preferivano che fosse a casa loro con lui, piuttosto che a zonzo con lui. Infatti, loro non erano molto felici dei trascorsi del ragazzo che frequentava la figlia. Tuttavia, alla fine, si sono affezionati al ragazzo e l’hanno trattato come un figlio, al punto tale che quando la storia è finita, la mamma piangeva disperata, dicendogli proprio: “Perchè? Ti abbiamo trattato come un figlio”.

“Amelia, dopo quanto pensi che abbia ricominciato a farsi?”

“Questa è una domanda difficile. Diciamo dopo che mi sono accorta che sparivano i soldi, dopo un anno che era a casa mia” Lui, le prendeva la carta di credito dal portafogli e andava a prelevare. Poi, la rimetteva al suo posto. Amelia, a un certo punto crede le abbiano clonato la carta e la blocca. Lui ha confessato solo molto tempo dopo.

“Tu non l’hai mollato subito”

“Io l’ho detto prima di tutto ai suoi familiari e ho cercato di aiutarlo, gli tenevo la carta io […], poi gli sono arrivati dei soldi ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso” giacchè all’inizio era lei ad avere il controllo su questi soldi ma questo ha portato a litigi quotidiani perchè lui li voleva. Durante il lock down lui usciva per lavorare e all’inizio, in seguito ai conti che non tornavano mai, diceva che giocava alle macchinette. “Poi ho scoperto che non era vero: un giorno gli ho preso il telefono e ho trovato le chat col suo spacciatore”. Durante quei mesi tornava a casa in condizioni pietose.” IO NON ME NE SONO MAI ACCORTA PERCHE’ NON VOLEVO ACCORGERMENE, poi eravamo in lock down quindi non potevo nemmeno andarmene di casa. Sono andata a dormire con i miei”.

Lui mentiva su tutto. Amelia, così giovane, mette la sua vita da parte e cerca di aiutarlo “ma lui non si impegnava”. Lei non sapeva più cosa fare; finchè una mattina esce per fare colazione con un’amica, parlano e prende una decisione: torna a casa e gli dice che vuole lasciarlo, che può restare lì finchè non trova un’altra sistemazione, ma che lei, di stare con lui, non ne può più. Lui è disperato. Lei è ferrea. Esce di casa, senza portarsi dietro niente e fa ritorno alle sette del mattino, sporco e disparato. Prende un po’ di cose e va vai. “Mi chiamava sempre”, mi racconta Amelia, “anche di notte. Lui non aveva soldi e io gli portavo da mangiare, non mi ricordo per quanto, forse un mese”. Poi, dopo che ha finito di portare via le sue cose da casa dei genitori di Amelia, è sparito, “si vedeva già con un’altra”.

“Ti manca?”

“No. Mi fa incazzare che io ho dato tutto e lui no. Sta avendo quello che merita. Non ha voluto che l’aiutassi; lui diceva che avrebbe smesso ma questo giorno non è mai arrivato”

“Tu pensi che la sua nuova ragazza si faccia?”

“Si, credo di si”.

“Adesso che stai con un altro, ti porti via degli strascichi?”

[Silenzio]; è stato difficile fidarsi, mi ha raccontato. “Lui mi ha rotto qualcosa dentro. Adesso sono felice. So cosa vuol dire vivere una relazione sana, ascoltarsi, il bene reciproco, non sono io che mi devo prendere cura di lui. Questa cosa mi ha insegnato molto. Non dico che rifarei tutto da capo ma se non fosse successo, oggi non sarei così, non starei così bene con me stessa.”.

Domani Amelia si trasferisce in una nuova città col suo nuovo amore. E io le auguro tante colazioni a letto e tante cene tranquille. E la ringrazio molto per aver reso la sua storia pubblica, perchè tutti abbiamo un po’ bisogno delle vite degli altri e il mio motto è che una storia non raccontata è una storia dimenticata. Motivo per cui conto di riportarvi qui quante più storie possibili.